Allora, riprendiamo il filo. Ci eravamo lasciati con una bella sfida: da una parte la perfezione gelida di Daguerre, dall’altra la riproducibilità un po’ sfocata di Talbot. In pratica, a metà Ottocento, dovevi scegliere: o avevi una foto pazzesca ma unica, o ne avevi tante ma... beh, un po’ 'artistiche'.

Ma sapete com’è, l’essere umano è incontentabile. Voleva tutto. Voleva la precisione del metallo e la serialità della carta.

Nel 1851 arriva un tizio, un certo Frederick Scott Archer. Non è un nobile, è un incisore, uno che lavora con le mani. E inventa una roba che sembra uscita da un laboratorio di alchimia medievale: il Collodio Umido.
Oggi vi racconto di come una sostanza appiccicosa, simile al miele, ha unito il mondo della fotografia sopra una lastra di vetro... e di come i fotografi sono diventati dei poveri pazzi costretti a portarsi dietro una camera oscura intera anche per fare una semplice gita in montagna.
Fate conto di vederli, questi fotografi, come dei velocisti che scappavano via subito dopo aver fatto la foto per fiondarsi alla velocità della luce dentro ad una tenda nera adibita a camera oscura.
Infatti, passati quei 10-15 minuti scarsi tra esposizione e sviluppo, la lastra si seccava e la foto andava persa per sempre!
Andiamo allora, anche noi spediti come un treno a vapore a conoscere il mondo “Al collodio”.  Io sono Tommy, e questo è L’Occhio e il Tempo.
Ma sapete qual è la parte veramente assurda? Archer non usa solo il miele... o meglio, qualcosa che gli somiglia. Usa il cotone fulminante. Avete capito bene: la base della fotografia per quasi trent'anni è stata una sostanza esplosiva sciolta nell'etere e nell'alcol. Immaginate questi fotografi dell'Ottocento, chiusi in tendine buie e caldissime sotto il sole, che maneggiano sostanze che potrebbero saltare in aria da un momento all'altro... tutto per farvi un ritratto.
La lastra di vetro doveva essere preparata, esposta e sviluppata in meno di un quarto d'ora. Se la lastra si seccava, addio foto. Era una corsa contro il tempo pazzesca. È qui che la fotografia diventa davvero una questione di vita o di morte... o almeno di un sacco di sudore e imprecazioni.
Alla fine, Frederick Scott Archer ha vinto la sfida. Ha unito la precisione di Daguerre alla riproducibilità di Talbot su una lastra di vetro. Ma sapete qual è la beffa? Archer è morto in povertà, senza aver mai brevettato la sua invenzione, regalando al mondo il processo che avrebbe dominato la fotografia per decenni. 
Un vero eroe romantico, o forse solo uno che amava troppo quello che faceva.
Io sono Tommy, e questo era L'Occhio e il Tempo. Ci sentiamo alla prossima puntata... dove vedremo che succede quando qualcuno decide che tutta questa attrezzatura è troppo pesante e decide di rendere la fotografia 'facile come premere un bottone'. Ciao!

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