Cosa succederebbe se ogni immagine che scattiamo fosse l'unica traccia della nostra esistenza?
In questa prima puntata viaggiamo nel tempo fino al 1838, su un Boulevard di Parigi apparentemente deserto, dove Louis Daguerre sta per compiere un miracolo chimico.
Scopriremo come un uomo che si faceva lucidare le scarpe è diventato il primo essere umano mai fotografato e perché, in un mondo di selfie infiniti, abbiamo ancora bisogno di ritrovare lo stupore per lo 'specchio con la memoria'.
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Quante foto avete scattato oggi? Tre? Dieci? Forse nessuna, ma ne avete viste migliaia scorrendo un pollice su uno schermo. La fotografia oggi è come l'aria: invisibile perché ovunque.
Ma c’è stato un momento in cui l’immagine era un miracolo. Un momento in cui catturare un’ombra significava fare un patto con la chimica e il tempo. Benvenuti a L’Occhio e il Tempo. Io sono Tommy e oggi torniamo nella Parigi del 1838, per incontrare l'uomo che non sapeva di stare per diventare immortale.
Louis Daguerre è nel suo studio. L'aria è pesante, satura di vapori di iodio e mercurio. Fuori, il Boulevard du Temple è il cuore pulsante di Parigi. È soprannominato 'Boulevard del Crimine' per via dei tanti teatri che mettono in scena gialli e melodrammi. C’è vita, c’è caos. Daguerre punta la sua macchina – una scatola di legno pesante – fuori dalla finestra. Apre l'obiettivo.
Passano un minuto, due... cinque... dieci. In quel tempo, centinaia di persone sono passate davanti a lui. Ma nella lastra d'argento che sta preparando, non resta nulla. Il movimento è il nemico della prima fotografia: chi corre è un fantasma troppo veloce per lasciare un segno.
Ma poi, accade il miracolo. In un angolo, un uomo si è fermato. È lì per farsi lucidare gli stivali. È rimasto fermo, un'ancora nel fiume del tempo. Quando Daguerre sviluppa la lastra, la città sembra colpita da un incantesimo: le strade sono deserte, i palazzi immobili. E lì, in basso, quella piccola sagoma nera. Il primo essere umano 'fermato' per sempre. Non sappiamo chi fosse, ma lui è lì. Da quasi due secoli.
C'è un segreto in quella foto, un dettaglio che Samuel Morse scoprì usando una lente d'ingrandimento. Su un muro lontano del Boulevard, si vedono delle scritte minuscole. Daguerre non sapeva nemmeno di averle fotografate. Immaginate lo shock: per la prima volta nella storia, un'opera prodotta dall'uomo conteneva più informazioni di quante l'autore stesso ne avesse viste. È l'inizio dell'era dei dati, oltre che delle immagini.
Beaumont Newhall, il grande storico che ha dato ordine a questa materia, definiva il Dagherrotipo 'lo specchio dotato di memoria'. Ed è una definizione potente. Perché quella lastra non era come le foto di oggi: non c’era un negativo.
Era un pezzo unico, un oggetto prezioso che potevi tenere in mano, una lastra di metallo pesante che sapeva di mercurio e iodio. Se la facevi cadere, il ricordo si rompeva. Newhall la chiamava 'lo specchio con la memoria', ma per noi oggi è quasi un amuleto: possedere un dagherrotipo era come possedere fisicamente un pezzo di anima della persona ritratta.
Era la realtà che si specchiava e decideva di restare lì.
Ma qui entra in gioco Roberta Valtorta, che ci insegna a guardare dietro l'immagine. La Valtorta ci dice che la fotografia è, prima di tutto, una traccia. Quel parigino sul Boulevard non è stato 'disegnato' da un artista. È la sua luce, i suoi fotoni, che hanno toccato fisicamente la lastra.
C’è una differenza enorme: il disegno è un'opinione, la fotografia è una prova. Con Daguerre nasce l'ossessione che ci portiamo dietro ancora oggi: il bisogno di documentare che siamo esistiti.
Se non c’è una foto, è successo davvero? Quell'uomo che si faceva lucidare le scarpe ci ha aperto la strada verso il selfie, verso il reportage, verso la nostra necessità di dire: 'Io ero qui'."
La storia della fotografia non è fatta di macchine fotografiche, ma di sguardi. E allora, per questa settimana, vorrei che provaste a guardare il mondo con gli occhi di Daguerre.
Nel vostro diario visuale, non cercate la foto perfetta o il tramonto da cartolina. Cercate l'immobilità nel caos. Andate in una stazione, in una piazza, in un ufficio. Trovate qualcosa che resta fermo mentre tutto il resto corre via. Può essere un vecchio seduto su una panchina, un idrante, un fiore tra il cemento. Fotografatelo. Trasformatelo nel vostro 'uomo del Boulevard'.
Prendetevi dieci minuti prima di scattare. Guardate il tempo scorrere intorno al vostro soggetto. E quando scatterete, ricordate: state catturando una traccia. State dicendo al tempo di fermarsi.
Io sono Tommy, e questo era il primo episodio di L’Occhio e il Tempo. Ci sentiamo la prossima settimana, quando la fotografia smetterà di essere un miracolo per pochi e diventerà... un biglietto da visita!